Aneddoti sulla cosmonautica russa

Benvenuti in questo nuovissimo articolo e sono estremamente felice di annunciare la prima collaborazione di Lessicorusso da quando è nato questo blog!
Infatti l’articolo che leggerai non è scritto da me, ma da un ospite speciale che ha deciso di accettare la mia proposta e lo ringrazio infinitamente per questo. L’ospite in questione gestisce la pagina Le Storie di Kosmonautika, l’unica pagina dedicata esclusivamente alla cosmonautica russa. È un argomento estremamente interessante e affascinante, ma di cui si sa spesso troppo poco nonostante sia una componente fondamentale della storia della Russia. Ed è per questo motivo che ho voluto dedicare un intero articolo a questo argomento. Inoltre se sei in cerca di argomenti per la tua tesi di laurea, questo articolo potrebbe fornirti molti spunti 😉

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Bene, ora lascio la parola al nostro ospite, buona lettura di questo articolo…spaziale!

DISCLAIMER:  Questo articolo è stato scritto prima dei fatti bellici e l’autore si dissocia dalla condotta del governo di Mosca e ripudia ogni azione bellica.

 

Chi sono? Mi chiamo Roberto Paradiso, di professione faccio il bancario, un passato da ufficiale dell’Esercito con esperienza da pilota privato. Ho cinquantasette anni ed ho una passione viscerale per i voli spaziali.

Diciamo che “nasco” con lo sbarco degli astronauti americani sulla Luna.

Avevo circa quattro anni ed è il mio primo ricordo nitido di vita. Quella notte del luglio 1969 è rimasta impressa nella mia mente come un indelebile marchio a fuoco. La recente scomparsa di Tito Stagno, che con Ruggero Orlando fu il protagonista di quella magica diretta, mi ha profondamente commosso: devo a lui ed al suo entusiasmo quell’imprinting che non mi ha mai più abbandonato. E, quindi, gran parte della mia infanzia e della mia adolescenza fu contraddistinta col mito della NASA, guardando agli “altri” (i sovietici), con una punta di altezzosa superbia, sebbene fossero stati questi, invece, i primi in quasi tutto, tranne lo sbarco sul nostro satellite.

Proprio verso la fine delle mie scuole superiori, mi avvicino alla lingua russa. Per gioco, anzi, per “sbeffeggiare” un mio compagno di classe, col quale siamo poi diventati cari amici, che, entusiasta di tutto ciò che era russo, si esaltava ogni volta che vedeva una scritta in cirillico. E quindi mi sono divertito a traslitterare parole senza senso oppure con significato insulso, in cirillico solo per vederlo esultare come un bambino… Quando, poi, all’Università, ha imparato davvero la lingua russa, me l’ha fatta pagare…

Ma quello scherzo di ragazzo, mi ha avvicinato a qualcosa che per me diventava come una calamita che mi attirava misteriosamente a sé.

Difatti, pochi anni dopo, durante il mio servizio militare, ebbi modo di studiare gli aviogetti sovietici e rimasi folgorato dal modo semplice ma ingegnoso con cui venivano risolti problemi complessi. Da lì a passare all’amore della mia vita, l’esplorazione spaziale, è stato solo un crescendo. E qui ritorna in scena la lingua russa.

Bisogna dire che tutto il materiale che negli anni ci è arrivato sul programma spaziale sovietico è pesantemente filtrato dalla propaganda americana. Complice anche il pesante velo di segretezza che ha contraddistinto il modus operandi di oltrecortina, è stato facile alimentare leggende metropolitane come quelle dei cosmonauti perduti, o minimizzare gli innumerevoli successi e primati che l’Urss, prima, e la Russia, poi avevano acquisito. Per andare ad attingere alle fonti, che via via venivano sollevate dal coperchio di decenni di segretezza più o meno assoluta, era necessario padroneggiare l’idioma di Pushkin e Tolstoj. E quindi, armatomi di molta pazienza, mi sono cimentato da autodidatta, allo studio della lingua russa. Non posso dire di padroneggiarla, anzi! Penso di avere la grazia di un Kazako imbizzarrito quelle poche volte che cerco di formulare una qualche frase che non sia una di quelle di circostanza. Ma penso di aver acquisito un decente livello di comprensione del parlato e dello scritto. E questo ha dato l’impulso al lavoro che ho poi fatto in questi ultimi due anni.

Proprio grazie alle nebbie linguistiche che si sono piano piano diradate, ho iniziato ad attingere alla grande messe di fonti che parlano dell’argomento Cosmonautica. E mi si è letteralmente aperto un altro mondo.

Difatti ho scoperto quella che è la caratteristica che mi ha fatto amare sempre di più questo “lato” della conquista dello spazio. Ebbene sì: i russi sono un popolo passionale e fantasioso proprio come noi italiani. Solo è che non lo danno a vedere! A mano a mano che mi addentravo nella storia del loro programma spaziale, venivo a conoscenza di aneddoti, vicende umane e curiosità, nonché tutta una serie di incredibili primati, che mi hanno spinto a creare prima il canale YouTube “Kosmonautika” dove, in dodici puntate, ho ricostruito tutta la storia del programma spaziale sovietico da Tziolkowskji ad oggi, poi il blog “Le storie di Kosmonautika” che, nato come approfondimento degli argomenti trattati nella serie, per così dire, storica, è diventato un qualcosa di autonomo andando ad esplorare le singole vicende umane ed i dettagli, talvolta drammatici, talvolta curiosi, altre volte esaltanti, di questa lunghissima storia sì di fuoco ed acciaio, ma anche di sangue e cuore.

Lo sapevi, per esempio, che tutti i lanciatori Sojuz, dal primo R7 al 2.1b che porta attualmente i cosmonauti in orbita, vengono “accesi” con un petardo innescato elettricamente? Sembrerà assurdo ma è così: il PZU (in russo “ПироЗажигательное Устройство”, cioè dispositivo di accensione pirotecnico, un grosso petardo, insomma) come dice il suo nome (dispositivo pirotecnico di accensione), è un grosso petardo posto alla sommità di un bastone di legno a sua volta infilato dentro l’ogiva di ognuno dei motori del primo e del secondo stadio del lanciatore. Quando viene dato il comando “зажигание” (accensione), viene fatto brillare accendendo la miscela di gas e provocando, appunto, l’accensione dei motori. Dal 1957 non ha mai fallito un colpo…

Addirittura, esiste un rituale ben preciso che ogni cosmonauta (ed astronauta) che parte da Baikonur (base di lancio situata in Kazakistan) deve sottoporsi: l’equipaggio principale non può, come il marito la sposa, vedere il lanciatore prima del lancio. È l’equipaggio di riserva che lo accompagna, seguendone il percorso dall’hangar di assemblaggio alla rampa e lanciando monete sui binari affinché vengano schiacciate dallo speciale convoglio creando degli amuleti portafortuna.

Il lanciatore e l’equipaggio principale vengono, poi, “brutalmente” battezzati da un Pope ortodosso, quindi i cosmonauti si sottopongono al taglio dei capelli e, la sera prima, vedono tutti insieme una specie di film western sovietico: “Il bianco sole del deserto”. Ma la tradizione più iconica, che esiste dai tempi di Gagarin, è quella che, prima di arrivare alla rampa, il pulmino che porta l’equipaggio debba fermarsi per far fare… pipì all’equipaggio. Come Gagarin, infatti, che pare abbia avuto una necessità impellente poco prima di arrivare sotto la rampa, il bus si ferma, l’equipaggio scende e, a turno, fa pipì sulla ruota posteriore destra.

E le donne, dirai tu? Beh, nessuna si sottrae a questo rito, anche se ne sono esentate… Pare che le americane siano le più entusiaste raccogliendo la propria urina in una bottiglietta per poi lanciarla sulla ruota come i colleghi maschi. Ma questa è solo una parte di una lunghissima teoria di riti propiziatori e piccoli gesti scaramantici che derivano, e qui le nostre due culture si avvicinano in maniera impressionante, dalla comune lunghissima storia contadina che contraddistingue il popolo russo e quello italiano. Si sa, i riti della terra sono legati alle stagioni, a processi immutabili nei secoli che hanno, appunto, un rituale che si perde nella notte dei tempi. L’URSS è diventato una società industriale solo nel XX secolo, come noi del resto. È normale che certe tradizioni restino radicate. E questa è proprio la grande differenza che c’è tra i russi e gli americani, popolo molto più “moderno”, poco legato alla terra, alla casa ed al “giardino di casa”.

Ho detto giardino di casa non a caso (mi si conceda il gioco di parole). Un’altra cosa affascinante è la tradizione “canora” legata al cosmo… Ci ho dedicato una puntata sul canale YouTube; un po’ come un improbabile “Festival di Baikonur” esiste una letteratura di canzoni legate allo spazio, alcune delle quali, come “трава у дома” (il prato di casa), fanno anche parte del “rituale” pre-lancio. La canzone parla del senso di nostalgia che si prova guardando la terra dall’oblò (“земля в иллуминаторе”) e che fa dire, a chi canta, che non sogniamo il rombo del cosmodromo o questo cielo di metallo sopra di noi, ma quando guardiamo lo spazio, come ci manca l’abbraccio di una madre, sentiamo la mancanza del verde prato di casa. E, guarda un po’, proprio il verde e l’azzurro sono i due colori usati dall’architetto Galina Balashova, che ha progettato gli interni delle Sojuz e delle stazioni spaziali, dalle Saljut alla Mir, per ridare ai cosmonauti la sensazione di “sopra” e “sotto” anche in assenza di peso.

L’architetto Balashova ha quindi pensato che vedere l’azzurro del cielo ed il verde del prato di casa avrebbero dato un senso all’equilibrio degli occupanti dei veicoli spaziali. Anche se, in condizioni di caduta libera, sopra e sotto sono concetti privi di significato, sapere che dove c’è il verde si possono poggiare i piedi, fa stare decisamente meglio. Chiudendo gli occhi il cosmonauta, come il cantante della canzone di cui ho parlato prima, poteva sentirsi un po’ a casa.

Come non parlare poi della statua con Gagarin che porta, dietro le spalle, un mazzolino di margherite. È una statua eretta di fronte l’appartamento, nella “città stellata” dove Gagarin e la moglie vivevano e che quest’ultima, Valentina Gagarina, ha continuato ad abitare fino alla recente scomparsa. Ricorda l’abitudine che il primo uomo ad andare nello spazio aveva tutti i giorni prima di rientrare a casa. Nel prato davanti la palazzina c’erano delle margherite e Yuri ogni giorno ne raccoglieva un mazzolino per portarlo alla sua amata moglie. Per la quale resistette alla serrata corte della nostra Gina Lollobrigida la quale, perdutamente innamorata del cosmonauta, lo marcò stretto senza però avere successo. La Ginona nazionale ripiegò sul più disponibile Gherman Titov che, giovincello qual era (fu il più giovane essere umano mai mandato in volo nello spazio avendo volato nel 1962 a 24 anni, record ancora imbattuto), non si fece tanto pregare. Gherman Titov, figlio di un professore, che sapeva le poesie di Pushkin a memoria, fu quello che disse la frase, poi per sbaglio attribuita a Gagarin che invece era credente “non c’è nessun Dio lassù”.

Statua di Yuri Gagarin
Statua di Yuri Gagarin

Sono centinaia, come vedi, le storie che si intrecciano e si inseguono in questa lunga strada rossa verso le stelle. Storie conosciute perché rese famose dalle recenti produzioni russe come “Gagarin, primo nello spazio” oppure “Il tempo dei primi” fino a “Saljut-7, storia di un’impresa”, oppure storie che in Italia ignoriamo del tutto come l’incredibile avventura della Sojuz-23 i cui cosmonauti restarono dodici ore sott’acqua a testa in giù cadendo nel lago ghiacciato Tengiz, oppure il trasloco spaziale effettuato dai cosmonauti Solov’ev e Kizim nel 1986 trasportando attrezzature e macchinari dalla Saljut-7 alla Mir. Drammi come quello di Valentin Bondarenko e di Vladimir Komarev e meravigliosi racconti di un’amicizia senza tempo come quella tra Alexei Leonov ed il suo omologo americano Thomas Stafford, i due comandanti della missione congiunta Apollo-Sojuz del 1975.

Tutte queste storie, come ho detto prima, di fuoco ed acciaio ma anche di sangue e cuore, le ho volute, recentemente raccontare in un libro: “Noi abbiamo usato le matite”, storia del programma spaziale sovietico e delle persone che lo hanno realizzato. Il libro è l’ideale completamento di quella “traiettoria di avvicinamento” che, come ti ho raccontato, è iniziata tanto, tanto tempo fa.

Se ti ho incuriosito, se ti si è accesa una piccola lampadina e vuoi saperne di più, ti aspetto sul mio blog che puoi trovare su Facebook oppure su Google sites.

Noi, spero, ci rileggeremo presto. Su queste pagine, con altre storie.

Dato che siamo su Lessicorusso, non poteva mancare alla fine di questo articolo un piccolo glossario dedicato al mondo della cosmonautica:

Космическая станция – Stazione spaziale
Космический корабль – Cosmonave
Союз (Unione) – Il nome delle odierne cosmonavi in uso dall’agenzia spaziale russa
Роскозмос – Agenzia spaziale russa
Пространство – Spazio
Космодром – Cosmodromo
Ракета – Razzo
Комбинезон космонавта – Tuta spaziale
Космонавта – Cosmonauta
Стартовая площадка – Rampa di lancio

Ringrazio ancora Roberto per questo interessantissimo articolo! Ti ricordo che se sei alla ricerca di materiale per studiare la lingua russa, lo trovi nella sezione Risorse

Al prossimo articolo!

Пока пока

 

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